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Ricchezza e accesso ai repertori di esperienze

energie mentalirepertorio di esperienze

Articolo Copyright. Estratto dal volume Il Potenziale Umano, di Daniele Trevisanihttp://www.studiotrevisani.ithttp://www.danieletrevisani.com

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I repertori di esperienze sono il bacino del vissuto, la memoria dell’azio­ne passata, di successi o progetti portati a termine, ma anche di fallimenti elaborati e compresi, sulla quale poggia la nostra realtà interiore.

Sapere di aver svolto un compito o compiti similari in precedenza aiuta a svolgere una nuova performance o scalare una difficoltà superiore.

Ampiezza e profondità sono i due fattori principali che caratterizzano il repertorio di esperienze personali. L’ampiezza di repertorio consiste nella numerosità e nella diversificazione delle esperienze personali.

La consapevolezza di possedere repertori di esperienza ampi è positiva e si traduce in maggiore sicurezza di sé: sapere di avere esperienze e skills, essere consapevoli di poter far emergere i tools necessari anche a fronte di imprevisti e cambi di scenario. Aver già fatto una “cosa” aiuta a farne altre.

Alcuni training in campo manageriale o sportivo si basano sulla job rotation per accrescere i repertori di esperienze e la spendibilità professionale su più fronti. Ruotare compiti e ruoli è impegnativo, ma arricchisce ed è utile.

Per un direttore marketing è certamente un arricchimento avere esperienze di logistica, di vendita, di post-vendita, di controllo di gestione. Queste esperienze collaterali permettono di potersi muovere con maggiore consapevolezza dell’organizzazione complessiva, e con maggiore destrezza quando entrano in campo le relazioni interne aziendali.

In campo sportivo, la tecnica similare consiste nell’allenamento su più discipline (allargamento dei repertori trasversali), ma anche nell’accrescimento dei repertori intra-disciplinari, es. per un pugile imparare a combattere con stile difensivo (parate e schivate), stile aggressivo (sempre avanti), stile S-R (stimolo-risposta: reazione solo successiva all’azione dell’avversario), e altri stili. Avere più stili invece di essere “inchiodati” ad uno solo è ricchezza.

Per un calciatore questo modello formativo può significare giocare in ruoli diversi per capire come ci si sente e come si vedono le cose da quel punto di vista. Es.: per un attaccante, giocare in difesa; per un tiratore di rigori provare a mettersi dall’altra parte, parare rigori e vedere le cose da quel punto di osservazione.

Questo arricchisce le possibilità per l’atleta di cambiare la propria strategia e non lo costringe ad un unico modo di operare.

La profondità di repertorio è correlata al numero di volte con cui un’esperienza è stata vissuta (esperienza ripetuta più volte), alla profondità con cui gli schemi motori e mentali sono posseduti, interiorizzati, e sono entrati a far parte di un patrimonio personale permanente.

Un repertorio ristretto e poco profondo porta ad una bassa consapevolezza di autoefficacia, e quindi a scarse energie mentali.

Un repertorio ampio è profondo è l’obiettivo di un percorso professionale di lungo periodo, e sviluppa energie mentali elevate.

L’accessibilità psicologica del repertorio è una variabile ulteriore. Alcune persone riescono a costruire da ogni esperienza un mattone in più per salire in alto. Altri invece si trovano costantemente nella condizione mentale della “prima volta” e non riescono a capitalizzare il passato, come se un reset continuo della coscienza delle proprie esperienze e del proprio valore li costringesse sempre a sentirsi inadeguati o impreparati.

L’accessibilità a repertori di prossimità (vicini, simili, ma non esattamente quelli abituali) è altrettanto fondamentale. Un pallavolista potrebbe trovarsi a giocare per la prima volta a beach tennis e considerarsi inadeguato o impreparato, senza rendersi conto che oltre l’80% delle competenze necessarie sono già in suo possesso: velocità, scatto, senso del campo e della posizione, capacità di saltare, di concentrarsi, percezione di oggetti in movimento veloce.

Con poca esercitazione specifica questa nuova disciplina può essere dominata senza sforzo. Lo stesso vale per un passaggio da arti marziali diverse, tra imprese di settori merceologici diversi, tra organizzazioni diverse.

Fare perno sulle dinamiche comuni e scoprirle accelera le performance e l’apprendimento. Se questo viene riconosciuto ci si può concentrare meglio sulle diversità reali e apprendere ciò che serve, ciò che manca.

Questo fenomeno è assolutamente determinante anche nella leadership, infatti chi ha avuto esperienza di direzione di team (in qualsiasi campo) può portare questa esperienza in altri campi, in altri settori, senza enorme sforzo, oppure pensare che la sua preparazione sia invece assolutamente vincolata al settore di partenza (es.: informatico, turistico, sportivo, militare) e vedersi inadeguato a dirigere team in altri comparti. Un errore autolimitante.

Questo limiterà molto le sue possibilità, mentre un atteggiamento di maggiore consapevolezza sul fatto di essere già in possesso di abilità nel people management apre le strade a opzioni positive, acquisire le nozioni che servono, e andare avanti, ovunque vi siano ambiti di people mana­gement.

Un coach professionale dovrà cogliere queste situazioni e aiutare il soggetto a produrre empowerment dal passato, rafforzare la consapevolezza del repertorio realmente posseduto e darne piena accessibilità per le sfide attuali.

La ricchezza del repertorio di esperienze passate non è ancora sufficiente.

Un lavoro di empowerment dovrà occuparsi anche del suo ampliamento.

I repertori di esperienze si arricchiscono tramite diverse modalità. Ne citiamo alcune tra le più significative:

    • prova ed errore diretto: passare attraverso l’errore, provare, tentare, è spesso la modalità più efficace per scoprire la strada giusta, arricchita dalla guida di un mentor o tutor che evitino di danneggiarsi eccessivamente e aiutino a raccogliere feedback e apprendere dall’esperienza;
    • affiancamento ed osservazione: analisi del comportamento altrui. Questa tecnica non costruisce uno schema psicomotorio permanente (non è sufficiente osservare qualcuno per far entrare completamente una abilità) ma ne rende più facile la comprensione e l’assimilazione;
    • active training: le tecniche di formazione attiva (active training) – tra cui il role playing e la simulazione, i giochi e i test, i project work e la realizza­zio­ne di progetti – attivano l’apprendimento basato sull’esperienza e si pre­figgono di creare repertori di vissuto pratico, ai quali il soggetto possa attingere concretamente nello svolgimento della performance;
    • esperienza sintetica: attività di training psicologico che utilizza la visualizzazione mentale. Esempio, in campo sportivo, rivedere mentalmente l’a­zione, o ripercorrere una gara mentalmente allenandosi a rilevare gli er­rori in ogni sua fase, o nel basket, praticare mentalmente e visualizzarsi in tiri al canestro sempre migliori. L’unione di training reale e training men­tale ha prodotto in condizioni sperimentali effetti superiori al solo alle­na­mento, in diverse discipline. Utilizzata in campo manageriale, la tecnica di visualizzazione può essere utilizzata per rivisitare un evento quale la riunione, una presentazione in pubblico, una vendita, e altre attività;
    • auto-osservazione: osservarsi, rivedersi all’opera, poter ricevere feedback sul lavoro svolto, è uno strumento importante. L’osservazione può es­sere praticata su materiali registrati o audiovisivi, ed è fondamentale un la­voro di feedback sincero da parte del coach, oltre alle autoanalisi svolte dal cliente.

Un insieme di tecniche convergenti, ad esempio le tecniche di preparazione mentale per lo sportivo[1], unite a tecniche di derivazione manageriale, sono certamente in grado di amplificare e dare risalto ai serbatoi di esperienze di ciascuno.

Principio:

    • Le energie mentali diminuiscono o si esauriscono quando:
    • l’individuo non possiede esperienza sulla performance o azioni similari, e questa mancanza viene giudicata insostenibile, anziché come stimolo per apprendere;
    • l’individuo non ha consapevolezza di poter attingere risorse di esperienza non uguali ma simili (empowerment), poter utilizzare con successo conoscenze ed esperienze vicine ma non esattamente collimanti;
    • il repertorio è ristretto o poco profondo in relazione ai task da compiere;
    • l’individuo non dispone di schemi motori o mentali allenati;
    • l’individuo deve affrontare un task nuovo senza formazione e affiancamento;
    • l’individuo è consapevole che gli schemi motori o mentali non sono utilizzati da tempo o non è certo della possibilità di recuperali efficacemente;
    • l’individuo possiede errori inconsci negli schemi motori e mentali;
    • manca l’accesso alla coscienza del valore di sé, la consapevolezza del potenziale personale.
    • Le energie mentali aumentano quando:
    • viene creato, sia nella vita reale che in fasi di training, un repertorio di esperienza cui il soggetto può attingere, correlato alle performance da compiere;
    • l’individuo apprende ad utilizzare repertori di prossimità o anche distanti, cui attinge per trovare risorse nelle performance da compiere;
    • gli schemi mentali e comportamentali hanno occasioni di uso frequente, di applicazione, per rimanere allenati, attivi e accessibili;
    • i successi passati vengono utilizzati come scala motivazionale, aumentando il senso di autoefficacia.

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Identificare le ideologie che bloccano il potenziale individuale, difendersi, e difendere gli altri

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Ogni ideologia prevede specifici set di credenze (beliefs), di atteggiamenti, e di comportamenti, e agisce su più livelli: in cosa la gente crede (credenze), gli atteggiamenti personali, e i comportamenti praticati o proibiti.

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Esistono intere ideologie, come il comunismo reale (non l’ideologia in sé, ma come è stata praticata in modo dittatoriale), i capitalismi sfrenati, i fondamentalismi religiosi, i nazismi, e intere organizzazioni e nazioni, che praticano nei fatti una sistematica riduzione del potenziale individuale.
Questi regimi culturali del terrore lavorano per amputare, per chiudere la vita entro recinti sempre più stretti, praticano la morte spirituale degli altri come filosofia e metodo per la propria sopravvivenza, sopprimono il pensiero che diverge.
Molti fatti ne danno prova, ne cito solo alcuni tra le migliaia: una religione o cultura può predicare l’astinenza sessuale (nel caso del cattolicesimo di tipo oscurantista) e provocare così enormi danni allo sviluppo della persona; altre religioni arrivano ad amputare fisicamente il clitoride ad una bambina (come accade nell’odiosa pratica dell’infibulazione), o impedire ai bambini di giocare (il caso estremo dei Talebani in Afghanistan);

Mia madre mi ha preparato la colazione, e sono andata a scuola. Avevo paura di andare perché i talebani hanno emanato un editto che proibisce a tutte le ragazze di frequentare la scuola.
Solo 11 compagne su 27 sono venute in classe…
… Durante l’assemblea del mattino, ci è stato detto di non indossare più vestiti colorati, perché i talebani sono contrari.

Che sia chiaro a che punto arrivano i regimi culturali. A questo e ben altro. Sino ad uccidere, senza problemi, chi non si adegua. Malala Yousafzai è la ragazzina del racconto sopra riportato, ed è stata colpita alla testa mentre usciva di scuola.
Altri regimi si specializzano nell’uccidere il pensiero, impediscono ai giovani di accedere a informazioni su internet o cercano di ridurre l’offerta di alternative informative.
I regimi praticano l’oscuramento dell’informazione, tenere le persone nell’ignoranza aiuta a controllarle. Come scrive un collega, l’Ignorante è Schiavo , ed è più facile da gestire.
Le culture non sono solo regimi ben visibili, possono prendere forma anche di materialismo strisciante, o di prepotenza e arroganza.
I regimi ideologici striscianti (il consumismo sfrenato) portano milioni di persone a comprare a rate facendo pensare che il costo si riduca o minimizzi, mentre invece aumenta enormemente, sino ad indebitarsi costantemente oltre le personali possibilità per poter acquistare di tutto, vivere nel regime consuma – produci – non pensare, dotarsi di status-symbol e marche che non servono realmente, e mai porsi domande sul significato vero di una possibile vita diversa.
Le aziende non ne sono immuni e nemmeno le culture organizzative: le aziende nepotistiche, dove conta più fare politica interna che produrre idee e valore, portano le persone a smettere di pensare al contributo da dare e a concentrarsi su come fare carriera e avere potere, arrivando a boicottare progetti anche eccellenti e innovativi, se rischiano di fare loro ombra.
Un giovane di buone speranze e talento, in questo sistema, finisce per soffocare o adattarsi, e diventare dopo qualche anno un portatore dello stesso stile.
Questo ed altro ci fanno capire quanto in là si spingono i poteri amputanti delle culture.
Per proibire credenze nuove, le culture controllano gli atteggiamenti e il pensiero, tengono monitorati i comportamenti e li sanzionano.
È decisamente eroico compiere un viaggio oltre le barriere che ci vivono dentro e fuori, poiché questo significa anche trovare l’umiltà di mettersi in discussione e non sentirsi arrivati, ma è altrettanto e ancora più eroico continuare a credere in qualcosa di forte e lottare contro i blocchi esterni, cercare vie alternative e strade per arrivare a realizzare i sogni e gli ideali che i sistemi esterni bloccano.

Principio 6 – Eroismo interno, eroismo esterno, lotta alle barriere
Le performance possono essere aumentate quando:
• l’individuo decide di non accettare blocchi interiori (che dipendono da lui e gli vivono dentro), assumerli come irremovibili, e osservarli come variabili lavorabili;
• la persona intraprende azioni decise a contrastare tali blocchi, rimuoverli, emanciparsi, nonostante le difficoltà di tale percorso e le sue sfide;
• l’individuo decide di non accettare i blocchi esterni (ambiente, sistema, vincoli, ostacoli esterni, culture amputanti) come fattori insuperabili ma si impegna in attività di studio tattico e strategico su come aggirarli, andarvi oltre, per trovare comunque strade e modalità di auto-espressione, anche lottando contro i sistemi che lo opprimono o le culture che non gli permettono di farlo. La lotta è spesso di forma non violenta, e consiste nel fatto di perseguire comunque obiettivi e scopi che il sistema non permetteva, trovando modalità per esprimersi, dentro o fuori il sistema originario.

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Trovare il formato motivazionale che funziona su di sé (o sul cliente, dal punto di vista del coach)

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Tra i temi fondamentali da trattare si trova quello della percezione del task da compiere. Ogni task (compito) può avere letture diverse.
Un task può essere demotivante se affrontato con lo spirito sbagliato, e motivante se si trova lo spirito giusto con cui affrontarlo.
Non tutti i tipi di “spirito” o disposizione mentale funzionano nello stesso modo, e ciascuno dovrà trovare in sé o con l’aiuto del coach l’assetto mentale o format che più riesce a motivarlo.
Ad esempio, Victor Martinez, professionista di bodybuilding, afferma:

Io affronto una sfida contro me stesso e sono un gran lavoratore. Quando mi di-cono di divertirmi alle gare, io penso che non è affatto così, perché è il mio lavoro. Nessuno dice a uno di andarsi a divertire in ufficio tutti i giorni alle nove di mattina, no? Io faccio il mio lavoro con il massimo impegno, e anche di più .

In questa testimonianza notiamo che il format motivazionale operativo, che funziona su questo atleta, è il costruire un concetto di “lavoro serio” nel suo programma di allenamento, una professionalizzazione di quello che per altri è un normale svago o passione (la palestra), facendolo diventare sfida contro se stesso, e non necessariamente un divertimento.
Per altri, questo format può invece essere distruttivo.
Questo atleta ha trovato un formato motivazionale che funziona su di sé, ma lo stesso formato applicato ad un suo collega potrebbe non funzionare o essere invece fonte di frustrazione continua e portare all’abbandono.
Su ogni persona è necessario un grande lavoro di personalizzazione.
Personalizzare la motivazione è un forte lavoro di coaching e formazione.
La motivazione si ritrova per molti nel format della sfida contro altri: per alcuni, il senso della sfida rimanda ad una visione di sé epica, maestosa, leggendaria, ed è il driver interiore più forte quando si tratta di produrre una performance in alcuni campi di battaglia professionale. In altri casi, il format si arricchisce di più strati motivazionali, ad esempio, sfida + contributo.
Nel caso seguente notiamo come si vadano a stratificare il format della sfida contro il nemico assieme al format della sfida contro la lesa maestà (sfida all’immagine di sé). I due motori psicologici, sommati, aumentano l’effetto.
La testimonianza è tratta da un intervista ad un combattente professionista, nella quale possiamo notare come l’energia della sfida, se ben canalizzata, possa produrre un dose supplementare di energie per la preparazione di se stessi:

Intervistatore: Quasi tutti ti davano per spacciato contro Tito Ortiz…
Tutti lo credevano imbattibile, tutti credevano che nessuno lo potesse battere nella categoria dei 93 chili, ma io ero li…. Ero anche pronto ad affrontarlo senza ricompensa, volevo questo titolo. Seriamente, mi ha fatto incazzare essere li e sentirli parlare come se io non rappresentassi la benché minima minaccia per lui.
Ciò ti ha offeso? Ma, non veramente. Ciò mi ha dato ancora più energia, mi ha fatto allenare ancora più intensamente .

I format motivazionali non devono essere unicamente o necessariamente mossi dal motore psico-agonistico. Altri possono trovare motivazione su un fronte opposto, nel format della “relazione di aiuto” (aiutare gli altri), o nell’espiazione (impegnarsi per scontare una pena), o nella vendetta (impegnarsi contro), o per una causa in cui credono (impegnarsi per).
In ogni caso, il lavoro del coach deve consistere nel trovare quale format motivazionale possa meglio funzionare sul soggetto, ma anche localizzare e rimuovere i format attivi sbagliati, che agiscono ora come modello errato e possono risultare distruttivi o controproducenti per la persona stessa, sebbene essi possano risultare buoni per altri, o aver funzionato in passato.
Ciò che ha funzionato in passato, in un contesto diverso può non avere più lo stesso effetto, o diventare persino controproducente. L’esame qui deve essere assolutamente situazionale e personalizzato.

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Rivista Communication Research n. 4-2013

Rivista online di Psicologia, Comunicazione e Management, Crescita Personale e Professionale

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Psicologia e Crescita Personale

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Critica e dibattito sulla Formazione Aziendale

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Contatti con il Direttore, dott. Daniele Trevisani

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Master in Comunicazione, Management e Nuovi Media

Master in Comunicazione, Management e Nuovi Media

Università IUAV di Venezia, Università degli Studi di San Marino, Dipartimento della Comunicazione, Centro di Studi Semiotici e Cognitivi

Ritengo utile fornire informazioni preziose per chi è alla ricerca di formazione a livello Master, in comunicazione, management e nuovi media, per trovare un’offerta formativa alla quale partecipo dalla sua prima edizione, e che trovo personalmente ai massimi livelli oggi in Italia. Le informazioni illustrate sono rilevabili nel sito ufficiale del Master presso il Dipartimento della Comunicazione.

In tempi di iper-offerta, la presenza di un Comitato Scientifico di alto livello, sotto evidenziato, testimonia lo spessore culturale nel quale il Master si radica:

Comitato Scientifico del Dipartimento

Il Comitato Scientifico è composto da:

Umberto Eco, Scuola Superiore Studi Umanistici di Bologna
Cristina Cacciari, Università di Modena e Reggio Emilia
Stefano Cerri, LIRMM Montpellier
Tullio De Mauro, Università di Roma “La Sapienza”
Paolo Fabbri, Università IUAV di Venezia
Maurizio Gnerre, Università di Napoli “L’Orientale”
Paolo Leonardi, Università di Bologna
Diego Marconi, Università di Torino
Marvin Minsky, MIT Cambridge (Mass.)
Geoffrey Nunberg, University of California, Berkeley
Jean Petitot, EHESS Parigi
Hilary Putnam, Harvard University
Marco Santambrogio, Università di Parma
Raffaele Simone, Università Roma 3

Informazioni sul Master

Il Master, organizzato congiuntamente dall’Università degli Studi di San Marino e dall’Università IUAV di Venezia, è un corso biennale post-laurea che offre un’opportunità di crescita culturale e di formazione tecnico-specialistica sulla comunicazione professionale.

I destinatari sono liberi professionisti, imprenditori e manager di aziende private, impiegati, funzionari e dirigenti della pubblica amministrazione e chiunque sia interessato, per motivi personali o di lavoro, ai temi della comunicazione professionale.

Le lezioni approfondiscono innanzitutto i problemi e le metodologie fondamentali del mondo della comunicazione contemporanea. Ciascun tema viene quindi applicato alla realtà delle aziende e professioni, con esercitazioni guidate, analisi di testi, dimostrazioni, presentazioni video, registrazioni, esempi multimediali.

Informazioni generali

Durata: 2 anni

Titolo di studio: in seguito alla frequenza delle lezioni e al superamento della prova finale, i corsisti conseguono il diploma di Master in Comunicazione. Il titolo, rilasciato congiuntamente dall’Università di San Marino e dall’Università IUAV di Venezia, equivale a 60 Crediti Formativi Universitari (cfr. decreto MIUR 3 novembre 1999, n. 509).

Sono inoltre riconosciuti 10 punti a coloro che sono iscritti alle liste di avviamento al lavoro della Repubblica di San Marino qualora l’Ufficio del Lavoro stabilisca che gli obiettivi formativi del Master siano legati alle mansioni da esercitare nella categoria di iscrizione.

Requisiti d’accesso: laurea triennale nuovo ordinamento o laurea del vecchio ordinamento. I titoli di studio stranieri dovranno essere corredati di apposito riconoscimento da parte di una università italiana.

Numero programmato: 30 iscritti laureati e 5 uditori non laureati

Borse di studio: È prevista l’assegnazione di 3 borse di studio per una riduzione del 50% sulla quota di iscrizione. Possono partecipare al concorso per le borse di studio i candidati che non abbiano compiuto 34 anni alla data di scadenza del bando di ammissione e non abbiano conseguito da più di 3 anni accademici il titolo di laurea. Per ulteriori informazioni sull’assegnazione delle borse di studio consultare il bando di ammissione.

Profilo professionale: il master forma professionisti in grado di progettare, coordinare e realizzare interventi nel campo della comunicazione pubblica e privata, a diversi livelli di complessità. Il diplomato, avendo solide basi metodologiche e teoriche, sa compiere analisi del settore sistematiche ed approfondite, riuscendo a identificare le risorse e le tecniche necessarie, ad esempio, allo sviluppo di piani di comunicazione, campagne di comunicazione aziendale, gestione dell’immagine integrata, identificazione e risoluzione delle aree di criticità, ottimizzazione e innovazione nei processi di comunicazione.

Contenuti

programma primo anno

Il primo anno offre un quadro propedeutico e generale sui temi fondamentali della comunicazione:

Media, mercati e tendenze Il modulo introduce i concetti di base delle attuali teorie della comunicazione e analizza i mezzi di comunicazione contemporanei, le tendenze e i mercati, con particolare attenzione alla comunicazione di massa e d’impresa.

Comunicazione aziendale Il modulo tratta la comunicazione integrata, esterna e interna, e il suo valore strategico per gli obiettivi di business dell’azienda. Relazioni pubbliche e ufficio stampa, identità visiva ed eventi, pubblicità e social media sono alcuni strumenti del communication mix. Un focus particolare è dedicato a etica, responsabilità sociale, sostenibilità ambientale, valore della stakeholder company.

Comunicazione interpersonale Il modulo approfondisce alcuni temi classici della microsociologia e della psicologia sociale: gli stili di conduzione di un gruppo, la cortesia, la gestione della ‘faccia’ e delle relazioni interpersonali in azienda.

Scrittura efficace Il modulo analizza diversi casi di scrittura oscura o inefficace (il burocratese, l’aziendalese e altre infelicità), e approfondisce gli argomenti chiave della scrittura efficace: progettazione, editing e revisione del testo, chiarezza d’esposizione, correttezza e appropriatezza formale.

Media Planning Il modulo offre i rudimenti per la costruzione di un media planning, partendo dall’analisi del target e dello scenario, per individuare il giusto media mix. Sono presentate le linee guida per la creazione di messaggi efficaci sui diversi media, dal comunicato stampa al tweet, passando per i blog e le pagine facebook.

New Business Writing Sempre più spesso leggiamo i testi tramite la finestra, piccola o grande, di uno schermo. Tutto, non solo i testi per il web: articoli, brochure, presentazioni, verbali, lettere, e-book, post e tweet. Il modulo offre strategie e suggerimenti per rendere i testi più chiari, leggibili ed efficaci nei contesti sempre più veloci, affollati e frammentati delle professioni contemporeanee.

Visual Communication Sono presentati i fondamenti della comunicazione visiva: scelta dei colori, uso dei font, rapporto fra immagini e testi scritti, impaginazione. Si analizza la comunicazione visiva su diversi media: carta, tv, web. Particolare attenzione è riservata alle strategie per impostare l’immagine grafica coordinata di un’azienda, si studia il posizionamento sul mercato di alcune grandi imprese e istituzioni, traendone conclusioni che possano essere applicate da ciascun corsista alla realtà della propria professione attuale o futura.

Internet Marketing Il modulo approfondisce i temi fondamentali del marketing on line: la pubblicità sul web dal banner a AdSense, l’e-commerce, il web nel media planning generale, le tecniche di fidelizzazione del cliente, la personalizzazione dei servizi on line, i nuovi modelli di business sul web 2.0.

programma secondo anno

Il secondo anno è orientato in senso pratico-applicativo:

Budgeting e Planning Il processo di budgeting è una componente operativa di programmazione e coordinamento delle attività aziendali. Il modulo fornisce le competenze necessarie alla pianificazione strategica di un budget efficace e le tecniche più adatte per realizzarlo. Sono inoltre esaminate le principali metodologie per l´analisi degli scostamenti e la redazione dei relativi report.

Sales Management Con lo studio di casi concreti, il modulo spiega i fondamenti della psicologia della persuasione e approfondisce le principali strategie persuasive su cui si basano le dinamiche commerciali e di mercato, la gestione di gruppi e la leadership nelle organizzazioni.

Crisis Management A volte gli esperti di comunicazione devono gestire situazioni di crisi grave (crollo di titoli, problemi di inquinamento e salute pubblica, ecc.), a volte solo momenti di difficoltà (perdita di clienti o loro insoddisfazione, calo di performance, deterioramento dei rapporti di lavoro). Con l’analisi di casi concreti, si illustrano le tecniche di gestione e comunicazione della crisi dall’identificazione dei problemi alla loro soluzione.

Scrittura creativa Un comunicatore non deve solo sapere scrivere in modo corretto, chiaro e funzionale, ma deve essere capace anche di produrre (o almeno valutare) testi efficaci dal punto di vista persuasivo. Con molti esempi ed esercitazioni, si discutono la presentazione della mission e vision aziendale, la creazione dell’interesse, la gestione dello stile, la scelta del registro, l’umorismo e le figure retoriche.

Social Media Marketing Il modulo offre le competenze necessarie per usare e gestire le opportunità offerte dai media digitali e dal web 2.0 nella progettazione, pianificazione e verifica delle attività di comunicazione e marketing per prodotti e servizi di aziende pubbliche e private.

Guerrilla Marketing Il Guerrilla Marketing è un insieme di tecniche, idee e strategie per ottenere in modo creativo risultati e profitti con tempi, risorse e costi più contenuti rispetto alle campagne tradizionali. Il modulo prevede un percorso per integrare il Guerrilla Marketing nella comunicazione d’impresa.

Public Speaking Si approfondiscono le tecniche fondamentali della parola in pubblico: dall’uso di Powerpoint al controllo della gestualità e del corpo, dall’organizzazione del discorso allo studio delle componenti visive della propria immagine personale.

Business Game Alla fine del secondo anno i corsisti devono presentare un lavoro di gruppo su uno o più temi trattati durante il Master: il progetto esecutivo di un sito web, il progetto di riorganizzazione della comunicazione interna di un’azienda, l’analisi dell’immagine coordinata di un’impresa, ecc. Il Business Game prevede un contest tra i diversi gruppi dando a tutti la possibilità di comparare e valutare in termini di coerenza ed efficacia i risultati ottenuti in due anni di Master.

Lo staff docente del master è composto da docenti, formatori e ricercatori, provenienti dai Corsi di laurea in Scienze della Comunicazione italiani, dal mondo delle imprese e della formazione professionale.

Allo staff permanente si aggiungono ogni anno imprenditori e dirigenti di azienda che sono invitati a illustrare esperienze e casi di studio.

Giovanna Cosenza, Università di Bologna, Direzione scientifica del Master
Giacomo Scillia, Cineca, Communication Manager

Maria Luisa Altieri Biagi, Professore Emerito Università Bologna, Accademica Emerita della Crusca
Fabio Antonacci, Bloguerrilla
Enzo Argante Giornalista Radio 24
Daniele Barbieri, Isia Urbino
Marina Bellei, Relazioni Esterne Hera S.p.A.
Giulio Blasi, Horizons Unlimited srl Bologna
Giovanni Buttitta, Terna Italia
Tullio Camiglieri, Presidente Open Gate Italia
Federico Cappi, Marketing Manager Conserve Italia
Luisa Carrada, mestierediscrivere.com
Beppe Chia, Chialab
Cristina D’Addato, Resp. Comunicazione, Museo Nazionale Scienza e Tecnologia “L. da Vinci”
Gianfranco Domizi, Fondazione Istud
Alessandra Frabetti, Attrice, regista e docente di recitazione
Nadia Furfaro, Amrop D & G
Mariella Governo, Consulente e Docente di Comunicazione d’Impresa
Paolo Iabichino, Ogilvy Italia
Davide Jabes, IULM Milano
Fabrizio Luccio, Università di Pisa
Sergio Maistrello, giornalista free lance e esperto di Social Media Management e Content Strategy
Claudia Marcuzzi, Cottoveneto
Geraldina Marzolla, Direttore Brand & Advertising Vodafone Italia
Francesco Messina, Visual designer, Art director, Polystudio, RCS Libri, EMI
Laura Morandini, Studio cdm associati
Francesco Muzzarelli, Senior Trainer Aziendale
Gabriele Pallotti, Università di Modena e Reggio Emilia
Francesco Porzio, MagillaGuerrilla
Giampaolo Proni, Università di Bologna
Lavinia Hanay Raja, Giornalista gruppo di ricerca Ippolita
Massimo Russo, Kataweb, Gruppo Editoriale L’Espresso
Francesco Spada, Direttore èTv
Annamaria Testa, Pubblicitaria e scrittrice
Daniele Trevisani, Esperto in Formazione, Coaching e Consulenza Strategica
Riccardo Venturini, Psicologo e psicoterapeuta
Ugo Volli, Università di Torino
Wu Ming 1, Scrittore
Vittorio Zambardino, Giornalista La Repubblica

Il principio metabolico e la plasticità del sistema: rimettere in moto il “respiro” della persone, del team o dell’ azienda

© Articolo a cura di: dott. Daniele Trevisani, Studio Trevisani Formazione, Consulenza e Coaching.

Testo estratto dal volume di Daniele Trevisani “Regie di Cambiamento”, Franco Angeli editore, Milano.

Abbiamo identificato tre fasi o operazioni indispensabili attraverso le quali focalizzare il cambiamento: cedere, consolidare, far entrare.

L’alchimia tra le diverse fasi è estremamente delicata. Spesso il fatto stesso di confondere il cambiamento con un apprendimento (es., con una lezione didattica) crea false premesse e false aspettative. Una lezione didattica raramente cambia la sostanza di una persona; “sentire parole” non equivale a capirle, ad assimilarle e ancora meno ad interiorizzarle. Chiunque di noi ha ascoltato docenti noiosi delle cui lezioni non ricorda assolutamente nulla.

L’approccio esperienziale all’apprendimento – e di riflesso al cambiamento – rappresenta una delle poche certezze cui ancorarsi: i cambiamenti efficaci sono quelli in cui le persone sono portate a vivere esperienze impattanti, “scottanti” – vissute e partecipative – e non solo “udite”. Sentir dire che qualcosa scotta non è efficace quanto lo scottarsi direttamente.

L’esperienza vissuta in prima persona è più efficace del semplice “udire” e “entra” con maggiore forza nel sistema target.

Vediamo quindi il box seguente:

Riflessioni operative:

  • non illudersi: per produrre impatto è insufficiente “parlare”, “dire”, “insegnare”, “fare una lezione”, o “mostrare” (approccio one-way): dovremo considerare le innumerevoli resistenze al cambiamento, e il fatto che servono angoli di attacco multipli;
  • prendere in considerazione ove possibile un approccio esperienziale in cui il soggetto possa “far pratica” e vivere il cambiamento (palestra di cambiamento) per interiorizzarlo progressivamente;
  • chiedersi quali esperienze sbloccanti possono scalfire le credenze attive, aprire la porta alla volontà di cambiare e crescere;
  • chiedersi come produrre un approccio esperienziale e partecipativo rispetto ai target di cambiamento e apprendimento.

Se confondiamo il cambiamento con la sola acquisizione o esposizione sbagliamo. Prendiamo come esempio il corpo umano: l’ingresso di nutrienti e sostanze (cibo, acqua, aria) non è di per se sufficiente alla vita. Se il corpo non fosse in grado di metabolizzare ciò che entra – gestire, digerire, espellere – morirebbe in pochi secondi.

Il sistema rigido (persona o team) blocca gli input in ingresso, non accetta messaggi difformi rispetto a quanto egli crede già. Chiude le porte a nutrimenti (let-in) – persone, pensieri e credenze – che rischiano di mettere in crisi ciò che lo sorregge, vede come pericolo ogni forma di estraneità o non conformità.

La poca informazione che entra non è adeguatamente rielaborata. L’output è ridotto, le performance sono scarse.

In un sistema “ingolfato” il flusso di cataboliti e scorie in uscita (let-out) è ostacolato e il sistema finisce per nutrirsi dei propri escrementi. Nulla viene lasciato uscire. Si tratta di una prigione fisica o psicologica tremenda.

Spesso la malattia diventa l’esito inevitabile della rigidità. Possiamo parlare di malattia fisica o del corpo, ma anche di malattia psicologica o patologie dei sistemi organizzati. Anche un piccolo team, come una squadra di calcio o di pallavolo, o un settore aziendale, può vivere queste fasi patologiche e “ammalarsi” di rigidità.

Riflessioni operative:

  • assumere un atteggiamento positivo verso la ricerca di nuovi input, ricercare stimoli, alimentarsi di nuove conoscenze anche trasversali e multidisciplinari (feed-in), permettere a nuovi concetti di entrare (let-in), per poterne esaminare e valutare la validità, la natura e sostanza senza preconcetti;
  • accettare l’eliminazione o rimozione di parti del sistema, come fase indispensabile a qualsiasi mutazione.

Chi ha vissuto un clima che impedisce l’ingresso di input non conformi alla ideologia dominante, o l’espressione esterna, sa cosa significa. Lager, gulag e altre forme di totalitarismo sono casi estremi e riguardano pochi, ma anche – più semplicemente – climi familiari o di coppia asfissianti, gruppi o aziende intossicati da “aria” psicologicamente malata, sono laboratori nefasti di esperienze tristi e dolorose, comuni a tantissime persone.

Il bisogno di cambiamento è diffuso. Riguarda persino il bisogno di una persona di “sfuggire da se stesso”, trasformare tratti di sé con i quali convive faticosamente (es.: ansia, insicurezze, paure, tratti di personalità).

Il cambiamento è al tempo stesso problema e risposta, contiene ambizione e spavento. Le persone vivono la dissonanza costante tra desiderio di evolvere e bisogno di fermarsi a riposare o trovare abitudini e consuetudini in cui rifugiarsi. Il bisogno di riposare è giusto e sano. Diventa malato quando una persona o sistema pensa di potersi riposare su una montagna di rifiuti tossici e continuare ad aspirarne le esalazioni, magari illudendosi di essere al sicuro.

I sistemi che non evolvono finiscono per dare prestazioni (performance) deludenti, prima di tutto su variabili soft o intangibili, poi verso fattori estremamente hard e a volte drammatici. Esempio: in azienda si parte dalla perdita di creatività o sensibilità umana, quindi si sviluppano climi psicologici inquinati e deleteri, successivamente i migliori manager iniziano ad andarsene verso la concorrenza, portando via progetti e clienti.

Ciascuno di noi può farsi dominare dalla frenesia quotidiana, arrivare alla incapacità di concentrazione e rilassamento, poi sopraggiunge l’irrigidimento mentale, quindi le relazioni conflittuali con tutti, quindi l’incomunicabilità e la perdita di affetti, o di lavoro. I primi segnali – come la perdita di vitalità esistenziale – se non colti e presi sul serio, inesorabilmente ricadono verso conseguenze molto tangibili (fallimento, caduta, malattia, depressione, morte).

Riflessioni operative:

  • valutare le performance del soggetto non solo rispetto a parametri classici, ma soprattutto riferendosi a indicatori qualitativi. Es.: in un’azienda, quanto l’amministratore delegato e ogni manager sia in grado di creare un clima di motivazione che riesca a trattenere i talenti in azienda, non solo misurare le vendite nel breve periodo;
  • per un individuo, valutare non solo (e spesso nemmeno considerare) il suo “conto in banca”, ma il suo stato di soddisfazione verso se stesso e l’approccio verso la vita, la sua vitalità esistenziale;
  • valutare l’apertura o rigidità del soggetto verso nuovi concetti o inputs.

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Evoluzione assertiva,verso le Effect-Based Operations

© Articolo a cura di: dott. Daniele Trevisani, Studio Trevisani Formazione, Consulenza e Coaching.

Testo estratto dal volume di Daniele Trevisani “Regie di Cambiamento”, Franco Angeli editore, Milano.

 

 

 

 

L’evoluzione è un processo che accade. Ogni creatura vivente o sistema organizzativo sono soggetti a mutazione, che lo desiderino o meno. Il vero problema è dirigere le traiettorie di questa evoluzione – decidere attivamente dove il sistema deve finalizzarsi – per creare benessere e performance.

È indispensabile una presa di coscienza sul fatto che le traiettorie evolutive dei sistemi senza governance (governo, direzione) sono spesso degenerative e possono dare esiti pericolosi (malattia, morte, fallimento). I casi di autogoverno efficace esistono, ma si presentano solo in sistemi che siano già maturi e consapevoli, e questi sono rari.

L’evoluzione assertiva prevede che cambiamento e intervento siano mirati agli effetti (centrate sui risultati da produrre) e non fini a se stessi. Cambiare per il gusto di cambiare non è il nostro obiettivo, anzi, ogni cambiamento o intervento che non risponda a criteri strategici è in realtà una diseconomia, una moda e non una necessità.

Cambiare strategicamente significa passare da uno stato X ad uno stato Y.

È essenziale che X e Y siano focalizzati (identificati). La Y (stato di destinazione) corrisponde ad un’evoluzione positiva, ad un migliore stato di adattamento (fit) e di benessere organizzativo, fisico o mentale, o ad una revisione strategica del sistema sul quale si intende agire.

Ogni obiettivo evolutivo è da valutare lungo un ideale asse dei tempi, un “percorso” che separa X da Y.

Gli interventi realmente assertivi generano una mutazione del trend, non “fumo”. Le regie creano “passaggi obbligati” tramite operazioni (operations) centrate sugli effetti da produrre (effect-based operations).

Come costruire le operations o stimoli che vada nella direzione voluta è il problema centrale delle regie.

Riflessioni operative:

  • valutare lo stato attuale del soggetto o sistema (stato X) rispetto agli obiettivi di evoluzione;
  • definire degli ancoraggi ideali futuri, gli stati ottimali cui tendere (stato Y);
  • valutare i passaggi, stimoli o operations che possono portare il soggetto da X a Y, selezionare gli interventi centrandosi sugli effetti (effect-based operations), evitare la dispersione di azione o su risultati non precisati o poco chiari.

Produrre assertivamente cambiamento quando necessario, e non solo facilitarlo quando il bisogno è già sentito, è un problema ulteriore.

Dare acqua a chi sente sete è abbastanza semplice. Offrire acqua a qualcuno che – perso in un’allucinazione sensoriale – non senta il bisogno di bere seppure disidratato è un problema più forte. Ovviamente, la sete riguarda il cambiamento e l’acqua qualsiasi nutrimento (conoscenza, comportamenti, valori, strumenti) o variazione che permetta di dare un contributo all’evoluzione positiva.

Condividere la necessità di avviare un percorso è uno dei passaggi indispensabili in un metodo registico.

Riflessioni operative:

  • sforzarsi di condividere l’esigenza di avviare un percorso;
  • inquadrare le traiettorie del “percorso” scelto per andare da X ad Y;
  • condividere l’analisi dello stato X e dello stato Y, dettagliatamente, affinché la condivisione di obiettivi sia profonda e non solo superficiale;

Altra questione essenziale è la ricerca di un equilibrio tra tecniche direttive e tecniche non direttive. Le tecniche direttive prevedono prescrizioni, modelli, concetti insegnati o distribuiti, regole o struttura, mentre le tecniche non direttive lasciano spazio all’autonomia del soggetto e alla sua personale ricerca di un percorso. Anticipiamo da subito che il modello delle regie propone un mix integrato tra le due, con una prevalenza sostanziale tuttavia (non ideologica, ma metodologica) per le tecniche direttive.

 

Riflessioni operative:

  • definire quali parti di un percorso di cambiamento hanno bisogno di (1) tecniche direttive, strutturazione, regole, protocolli, e (2) quali porzioni del percorso devono lasciare spazio a tecniche non direttive, auto-espressione, autoregolazione del soggetto o del sistema, alla ricerca di una propria strada per il miglioramento;
  • realizzare un mix equilibrato (direttivo/non direttivo) tra le diverse metodiche di intervento.

Desideriamo inoltre avviare una prima definizione e porre altre basi per un metodo registico:

 

Prima definizione: Il cambiamento è un processo di variazione nello stato di un sistema (persona, gruppo, o organizzazione) che prevede la scalata progressiva verso il pieno potenziale e la sua autorealizzazione.

Il meccanismo di cambiamento contiene sia (1) fasi di eliminazione, ripulitura, rifiuto, rimozione o disapprendimento, (2) processi di consolidamento e rafforzamento, (3) meccanismi di acquisizione (entrata) di nuovi concetti, modelli, teorie, atteggiamenti, comportamenti.

Le azioni finalizzate al cambiamento (operations) devono prevedere fin dall’inizio gli effetti da produrre, valutando quali mix di operations serviranno per produrre quali effetti.

 

Ogni singola parola di questa definizione meriterebbe enormi dibattiti e approfondimenti. Ci è sufficiente per ora concentrarsi sul fatto che il cambiamento desiderato è positivo, tocca il sistema dei valori profondi e non solo le azioni visibili, ha a che fare con la ricerca di orizzonti psicologici nuovi (diversi modi di essere, nuovi modi di “stare” nel mondo), mette in discussione lo stato attuale, impatta i temi del potenziale, della performance, e dell’espressione di se stessi verso una autorealizzazione profonda. In ultimo prende in considerazione gli effetti come parametro finale, definitivo punto di arrivo di qualsiasi processo assertivo e di qualsiasi investimento mirato.

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